L'ottuplice sentiero Buddhista

L’Ottuplice Sentiero è la quarta nobile verità e, come si evince dal nome, è formato da otto pratiche: retto modo di vedere, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. Viene rappresentato visivamente dalla ruota del Dharma, dove ognuno degli otto raggi rappresenta una delle otto pratiche: questa immagine raffigura l’idea di un metodo olistico, organico, dove ognuno degli otto aspetti si intreccia e si compenetra con tutti gli altri. Come le parti di un albero crescono e si sviluppano organicamente, anche i vari aspetti dell’ottuplice sentiero vengono coltivati e sviluppati insieme.

Tradizionalmente l’ottuplice sentiero Buddhista è suddiviso in tre ramificazioni denominate saggezza (panna), etica (sila) e contemplazione (samadhi), le quali sono parti essenziali e non separabili della via. La saggezza, o discernimento, comprende il retto modo di vedere e la retta intenzione, la dimensione etica è suddivisa in retta parola, retta azione e retti mezzi di sussistenza, mentre l’aspetto della contemplazione è composto dal retto sforzo, dalla retta consapevolezza e dal retto raccoglimento stabilità mentale. I tre aspetti, saggezza, sensibilità etica e pratica contemplativa, formano un’unità organica inseparabile che si può metaforicamente paragonare alle tre gambe di uno sgabello: senza una gamba lo sgabello “non sta in piedi”, perde la sua funzione e, anzi, può diventare pericoloso se proviamo a sederci. Quindi la pratica contemplativa conduce alla saggezza, cioè al fiorire di una comprensione intuitiva autentica, la quale ci permette di riscoprire la nostra naturale sensibilità etica che, a sua volta, fornisce una base stabile per lo sviluppo della pratica contemplativa, e così di seguito, in un processo senza soluzione di continuità.

Nella seguente citazione Bhikku Bodhi usa la metafora dei fili che, intrecciati, formano una fune per enfatizzare l’inseparabilità di tutti gli aspetti dell’ottuplice sentiero.

Gli otto fattori del nobile ottuplice sentiero non sono tappe da percorrere in sequenza, una dopo l’altra. Piuttosto che passi successivi, essi rappresentano una sinergia di elementi paragonabili ai fili attorcigliati a formare una unica fune, che richiede la cooperazione di tutte le fibre per produrre la massima tensione.

È molto interessante notare come sia nel Buddhismo che nello Yoga la dimensione etica sia considerata fondamentale e si basi sulla comprensione dell’interconnessione di tutti gli aspetti della vita.

Nella seguente citazione Vimala Thakar mostra come, nello Yoga, la dimensione etica si basa sulla comprensione che la vita è una totalità organica:

Quando sei consapevole che la Vita è una totalità organica e che nella Vita ogni cosa è interconnessa, naturalmente c’è un’urgenza di vivere armoniosamente con tutte le cose e con tutti gli esseri. Ti comporti in modo intelligente così che c’è armonia con la specie umana e con quelle non umane, c’è armonia con le montagne, i fiumi, gli oceani, gli alberi, gli uccelli.

Allo stesso modo, nella seguente frase il Dalai Lama mette in evidenza come l’interconnessione, il fatto che non siamo separati dagli altri e dal mondo, e quindi che siamo all’interno, che facciamo parte di una rete di relazioni reciproche, sia la base di un comportamento etico. 

tutto il pensiero e la pratica buddhisti si possono condensare in due principi:

1) adottare una visione del mondo che percepisca la natura interdipendente dei fenomeni, ossia la natura di origine dipendente di tutte le cose e di tutti gli eventi;

2) su questa base, adottare uno stile di vita non violento e che non rechi danno.

L’eticità non è un optional, qualcosa in più e di cui si può fare a meno, ma si traduce in un atteggiamento e un comportamento etico che sono alla radice del nostro benessere come del benessere della comunità in cui viviamo e del mondo intero, poiché ciò che facciamo a noi stessi lo facciamo agli altri e ciò che facciamo agli altri lo facciamo a noi stessi.

Quindi una pratica meditativa intrecciata, fondata e ammorbidita da una pratica etica riverbera naturalmente sugli altri attraverso il nostro comportamento, e un comportamento appropriato naturalmente ha una risonanza in noi stessi, nel nostro stato interiore e nella nostra pratica contemplativa.

Invece di addentrarmi in una spiegazione dei vari aspetti dell’Ottuplice Sentiero, cosa che sarebbe troppo lunga e forse diventerebbe un po’ intellettuale, vorrei riportare il focus del discorso sull’aspetto diretto, esperienziale del cammino buddhista, attraverso le seguenti parole di Achaan Chah, un grande maestro thailandese del secolo scorso:

IL SENTIERO È SEMPLICE

Tradizionalmente si insegna che l’Ottuplice Sentiero comprende otto gradini, Retta Comprensione, Retta Parola, Retta Concentrazione, eccetera, ma per la verità l’Ottuplice Sentiero sta in noi: due occhi, due orecchie, due narici, una lingua, e un corpo. Queste otto porte sono tutto il nostro Sentiero, ed è la mente a percorrerlo. Applicatevi a conoscere queste porte, esaminatele, e tutti i dharma vi si schiuderanno.

L’essenza del Sentiero è proprio semplice, non c’è bisogno di spiegazioni complicate: non indulgere nell’attaccamento e nell’avversione, essere con le cose così come sono; nient’altro. La mia pratica personale è tutta qui.

Non cercate di divenire niente. Non trasformatevi in nulla. Non siate un meditante. Non diventate un illuminato. Quando vi sedete a meditare, sedetevi e basta. Quando camminate, camminate e basta. Non attaccatevi a nulla, non resistete a nulla.

Naturalmente ci sono decine di tecniche di meditazione per sviluppare il samadhi, e molte specie di vipassana. Ma in fondo si riducono tutte a questo: lasciare che le cose siano. Fate il passo e venite qui, nella quiete, fuori dalla mischia.

Perché non provarci? Osate farlo!.

Il Buddha, alla reiterata richiesta dell’asceta errante Bahiya di insegnargli quale fosse l’essenza della via di conoscenza che insegnava, rispose in questo modo:

Allora, Bahiya, dovrai esercitarti così: in ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, in ciò che è udito ci sia solo ciò che è udito, in ciò che è percepito ci sia solo ciò che è percepito, in ciò che è conosciuto ci sia solo ciò che è conosciuto.

Ai nostri giorni, sempre Achaan Chah, si è espresso nel seguente modo: 

Il Dhamma non è lontano, è qui con noi. Non ha a che vedere con gli angeli del paradiso o cose del genere. Ha a che vedere con noi, con quello che stiamo facendo in questo preciso momento. Osservatevi. A volte c’è felicità, a volte c’è sofferenza, a volte il piacere, a volte il dolore, a volte l’amore, a volte l’odio… questo è il Dhamma. Capite? È questo il Dhamma da conoscere, dovete indagare la vostra esperienza.

Quindi, il tratto più importante e più utile dell’insegnamento del Buddha è quello che fa riferimento all’indagare, all’esplorare, all’osservare di momento in momento la nostra esperienza, l’esperienza dei cinque sensi e della mente, non per separarcene né per diventarne schiavi, ma per riscoprire una modalità di percepire e conoscere il più possibile libera da condizionamenti, semplice, diretta e autentica, che favorisce un modo di vivere più completo e nello stesso tempo più armonioso ed equilibrato.

Nella citazione precedente Achaan Chah utilizza il termine pali Dhamma, sanscrito Dharma, che, in generale, ha molti significati e comporta sempre una certa diffcoltà di traduzione. A seconda del contesto e della tradizione può significare legge naturale, ordine cosmico, il modo in cui le cose sono, dovere personale, insegnamento, dottrina, e, quando scritto minuscolo, può indicare una cosa, un fenomeno qualsiasi oppure anche uno stato, un oggetto mentale.

Achaan Chah mi sembra che “giochi” con due significati principali della parola Dhamma: il primo è quello insegnamento, dottrina del Buddha, e il secondo è legge di Natura, l’ordine naturale delle cose così come sono. La prassi, il metodo esposto dal Buddha, permette di riscoprire questo ordine naturale e di prendere dimora in esso, di essere in accordo con le cose così come sono.

Pierre Hadot, filosofo francese contemporaneo, fa la seguente interessante affermazione:

La felicità è precisamente l’istante in cui l’uomo è interamente in accordo con la natura.

Certe volte possiamo avere l’impressione che gli insegnamenti spirituali, e in particolare la dottrina buddhista, siano qualcosa di distante, di lontano da noi, dal nostro sentire e dalla nostra vita. E, a maggior ragione, possiamo ritenere che la cessazione della sofferenza (dukkha-nirodha) e la felicità (nirvana) siano ancora più remoti, ancora più distanti, qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare.

Ma il Buddha, in alcuni suoi discorsi, espressamente ci dice che non è così. Egli enumera la seguente serie di caratteristiche che appartengono al Dhamma, al suo insegnamento, e che sono anche attinenti al Nirvana, la felicità:

1. Visibile qui e ora, immanente

2. Immediato, senza tempo, non vincolato dal tempo

3. Ognuno è invitato a venire a vedere, a conoscere

4. Degno, meritevole di essere perseguito

5. Da conoscere attraverso l’esperienza diretta, da “assaporare”.