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Familiarizzarsi con la mente: coltivare qualità salutari

Sia in pali che in sanscrito meditazione si dice infatti BHAVANA. Questo termine viene dal causativo della radice bhu, che vuol dire essere. Bhavana e’ quindi ciò che fa essere. Una mente bhavita, che in generale si traduce come “allenata”, “addestrata”, “coltivata”, in realtà, letteralmente, è una mente fatta essere, svegliata dal sonno delle continue sofferenze autoinflitte. La dichiarazione che la mente può essere bhavita, vale a dire che può essere profondamente coltivata, è una affermazione di portata notevole.
Corrado Pensa

Nelle due pagine precedenti, “Asana: familiarizzasi con il corpo” e “Pranayama: familiarizzarsi con il respiro”, abbiamo trattato gli aspetti della pratica più legati al corpo e al respiro, vedendo come corpo, respiro e mente non siano mai separati, ma costantemente interconnessi, tre aspetti facenti parte della stessa totalità.
In questo capitolo affrontiamo direttamente il tema della meditazione, cioè l’aspetto della pratica connesso più direttamente alla mente.
Questo non significa però che ci dimentichiamo del corpo e del respiro, anzi è proprio il contrario: il corpo e il respiro sono due dimensioni della nostra esperienza e in quanto tali sono una parte importante e integrante della pratica della meditazione.
Ad esempio, in ambito Buddhista, nel Sutra sui quattro fondamenti della consapevolezza (Satipatthana Sutta) viene fornita una descrizione del cammino meditativo nel quale la nostra esperienza viene suddivisa in quattro campi, in quattro dimensioni o aree di applicazione della consapevolezza stessa, che sono il corpo, le sensazioni, la mente e i fenomeni qualità della mente. Essi possono essere considerati come 4 angolazioni da cui osservare conoscere il processo mente corpo: ad esempio se siamo agitati, osservando il corpo molto probabilmente noteremo che non riesce a stare fermo, che si muove in continuazione, che ci sono fastidi e dolenzie, e facilmente il respiro sarà corto, veloce, irregolare, disarmonico. Dal punto di vista della sensazione che percepiamo possiamo constatare che è spiacevole, che “non mi piace”; a livello più sottile possiamo riconoscere l’agitazione come uno stato mentale con il suo “gusto” caratteristico e possiamo identificare l’agitazione come un fenomeno mentale che appartiene alla categoria degli impedimenti.
Questo testo Buddhista non si limita a specificare le dimensioni della nostra esperienza sulle quali occorre portare l’attenzione, ma indica anche come occorre mettersi in relazione con tali esperienze. Cioè nella pratica della meditazione sono importanti entrambi gli aspetti, sia il cosa, cioè la scelta di un oggetto appropriato su sui portare l’attenzione, e sia l’approccio appropriato, cioè il come portiamo l’attenzione sull’oggetto prescelto.
Questi due aspetti sono interconnessi ma, in ultima analisi, il come, cioè le qualità del sistema mente corpo che esercitiamo durante la meditazione, e di conseguenza coltiviamo e sviluppiamo sono la cosa più importante e anche il “risultato” della pratica.
Anche se, soprattutto all’inizio del cammino meditativo, è importante la scelta dell’oggetto appropriato su cui focalizzare l’attenzione, più in generale possiamo affermare che la meditazione di consapevolezza è un processo attraverso il quale alleniamo e ri-educhiamo la mente al fine di familiarizzarci e riconciliarci con la totalità della nostra esperienza: quindi si può anche dire che l’oggetto della meditazione di consapevolezza è la totalità della nostra esperienza e che l’obiettivo è famigliarizzarci e riconciliarci con essa.

L’errore innocente che ci tiene catturati nel nostro particolare stile di ignoranza, mancanza di gentilezza e chiusura è che noi non siamo mai incoraggiati a vedere chiaramente le cose così come sono con gentilezza. La meditazione è vedere chiaramente il corpo che noi abbiamo, la mente che noi abbiamo, la situazione famigliare che abbiamo, il lavoro che abbiamo, le persone che sono presenti nella nostra vita. È vedere come noi reagiamo a tutte queste cose; vedere le nostre emozioni e i nostri pensieri così come essi sono adesso, proprio in questo momento, proprio in questa stanza, proprio su questa sedia. Non è cercare di mandarli via, ma vederli chiaramente con precisione e gentilezza. Durante questo mese di pratica meditativa, noi impareremo a coltivare la gentilezza, la precisione e l’abilità a lasciare andare la nostra ristrettezza mentale, ad aprirci ai nostri pensieri e alle nostre emozioni, impareremo ad aprirci a tutte le persone che noi incontriamo nel mondo e impareremo ad aprire le nostre menti e i nostri cuori.
Pema Chodron

Ciò che alleniamo è proprio questa capacità di “vedere chiaramente con precisione e gentilezza”, come la definisce Pema Chodron, cioè alleniamo quella qualità della mente che più generalmente viene definita con il termine consapevolezza.
Come un fiore molto delicato che si può solo ammirare perché quando si coglie non si può fare meno di sciupare, allo stesso modo la consapevolezza è un modo di essere talmente semplice, talmente basilare che si può solo vivere, perché quando si cerca di descrivere e quindi di “fissare” inevitabilmente si è parziali, incompleti e quindi si rischiano fraintendimenti.
Allo stesso tempo, proprio perché è molto semplice e sottile, non è facile da riconoscere e da conservare e quindi è utile provare a descrivere la consapevolezza, ricordando che le parole possono solo indicare l’esperienza.
La consapevolezza comprende due aspetti che sono interconnessi: innanzitutto c’è la capacità naturale della mente di ri-conoscere istantaneamente ciò che sta accadendo proprio nel momento in cui sta accadendo: quindi una facoltà cognitiva, una facoltà conoscitiva che è non verbale, pre-verbale. Mentre sono seduto, so che sono seduto, mentre sono in piedi, so che sono in piedi, oppure inspirando so che sto inspirando, espirando so che sto espirando: un “sapere” semplice, diretto, esperienziale; di momento in momento “gusto” l’esperienza, e questo implica che ci sia una continuità della presenza, una continua attenzione rilassata che è proprio la seconda caratteristica della consapevolezza.
È importante sottolineare che non stiamo parlando di qualcosa di artificiale da creare, che la consapevolezza non è qualche stato o qualità mentale che dobbiamo fabbricare, o che dobbiamo raggiungere, ma è già qui, è continuamente presente, e allo stesso tempo, proprio perché molto semplice e basilare, continuamente ci sfugge, ma benchè ci sfugga continuamente è anche sempre disponibile.

Nella nostra cultura investiamo moltissimo tempo, energia e denaro per la cura del nostro corpo: per l’igiene o per la bellezza, per la salute o per ottenere una buona forma fisica, tutti diamo per scontato che il corpo sia qualcosa di cui occorre occuparsi giornalmente, continuamente, per tutta la nostra vita.
Per quanto riguarda la mente non abbiamo lo stesso atteggiamento, lo stesso modo di vedere: a parte il periodo scolastico, dove vengono allenate quasi esclusivamente la memoria, la capacità di immagazzinare informazioni, la razionalità, le capacità analitiche e verbali, poi non ci curiamo più della nostra mente. Il leggere romanzi, libri di saggistica o anche libri riguardanti la spiritualità non significa che stiamo coltivando le qualità salutari della nostra mente.
L’attenzione, la tranquillità, la stabilità mentale, il senso di amicizia, di empatia nei nostri confronti e nei riguardi degli altri, la fiducia nei confronti della Vita, come anche l’atteggiamento con cui accogliamo le nostre esperienze o ci scontriamo con esse: tutte queste e molte altre ancora sono dimensioni della mente su cui occorre riflettere e che occorre attivamente allenare.
È importante comprendere che se non alleniamo queste qualità significa che inconsapevolmente stiamo allenando le qualità opposte: ad esempio se intenzionalmente non cerchiamo di dare continuità alla nostra attenzione, alla nostra presenza mentale, allora significa che stiamo rafforzando dentro di noi l’abitudine alla disattenzione, alla dispersione, alla frenesia mentale. Se non ci esercitiamo a riconoscere e ad accogliere il flusso della nostra esperienza così com’è, allora stiamo sviluppando sempre di più il giudicare compulsivo, la reattività mentale.

Un giorno una persona chiese al Maestro Zen Ikkyu: “Maestro, potreste scrivere per me una massima di grande saggezza?”
Ikkyu immediatamente prese il suo pennello e scrisse la parola “Attenzione”.
“Tutto qui?” chiese la persona; “Non vorreste aggiungere qualcosa di più?”
Allora Ikkyu velocemente scrisse due volte “Attenzione, Attenzione”
“Beh” rispose l’uomo abbastanza irritato “sinceramente non vedo molta profondità o sottigliezza in quello che avete appena scritto.”
Allora Ikkyu scrisse velocemente tre volte la stessa parola “Attenzione, Attenzione, Attenzione”.
Mezzo arrabbiato l’uomo chiese: “Che cosa significa dunque la parola Attenzione?”
E Ikkyu rispose gentilmente: “Attenzione significa Attenzione”.
Detto Zen

La meditazione può essere vista come un processo nel quale alleniamo una serie di qualità mentali e quindi le “facciamo essere”. Per allenare l’attenzione dobbiamo sintonizzarci con l’attenzione; sintonizzandoci con l’attenzione, prendiamo dimora nell’attenzione; prendendo dimora nell’attenzione, la facciamo essere; facendola essere la alleniamo.
Nelle varie tradizioni ci sono molti elenchi di queste qualità salutari da coltivare: nel seguito userò il modello Buddhista delle cinque facoltà. Esse sono:
1.    fiducia (pali saddha, sanscrito sraddha )
2.    energia-perseveranza (p. viriya, s. virya)
3.    consapevolezza (p. sati, s. smirti)
4.    stabilità-raccoglimento mentale (p. e s. samadhi)
5.    saggezza-discernimento (p. panna, s. prajna)

Innanzitutto vorrei sottolineare come, oltre che nel Buddhismo, esse hanno un ruolo molto importante anche nello Yoga, infatti negli Yoga Sutra di Patanjali, primo libro sutra 19 e 20, si afferma sostanzialmente che ci sono alcune persone che ottengono la liberazione per nascita, senza praticare, mentre tutti gli altri per realizzarsi devono coltivare queste cinque qualità mentali.
Esse hanno esattamente lo stesso nome e sono citate nello stesso ordine in entrambe le tradizioni; nel Buddhismo le stesse cinque qualità mentali appaiono addirittura in due elenchi, una prima volta sotto il nome di facoltà e una seconda volta come poteri mentali.
Vengono definite facoltà perché all’inizio del nostro percorso meditativo sono come delle capacità potenziali, sono dei “semi” che vanno coltivati, “fatti essere”; una volta che raggiungono un certo grado di “maturazione” diventano poteri, nel senso che diventano delle forze interiori che ci guidano: all’inizio siamo noi che le riscopriamo e le pratichiamo, ma poi, dopo che esse hanno raggiunto un certo grado di sviluppo, sono loro che accompagnano e conducono la nostra pratica.

Lo sviluppo delle 5 facoltà può essere visto, in un modo molto semplice e concreto, e nel contempo in accordo con la tradizione, come un processo a spirale che inizia con un momento di fiducia iniziale: in generale ci si può avvicinare ad un cammino di ricerca interiore perché un amico ci introduce (fiducia nell’amico), oppure perché leggiamo un libro che in qualche modo risuona in noi (fiducia nell’autore e/o nella nostra intuizione), o semlicemente per curiosità; comunque intuiamo che la pratica spirituale sia in qualche modo salutare, ci possa fare bene, e questa intuizione fiducia comprensione iniziale ci fornisce come una energia o spinta iniziale che ci permette di dedicarci alla pratica stessa. Ciò fa in modo che iniziamo ad allenare, ad esercitare la consapevolezza, e quindi anche a scoprire e a gustare una iniziale consapevolezza che forse non è molto diversa da una “normale attenzione”; fiducia, energia e attenzione favoriscono un po’ di stabilità raccoglimento mentale: invece di essere costantemente in uno stato di distrazione dispersione agitazione c’è finalmente un po’ di calma, un po’ di tranquillità. La nostra abituale reattività compulsiva si attenua, e ciò favorisce un discernimento iniziale, una comprensione delle cause della sofferenza e di come tali cause si possano abbandonare, una comprensione delle cause del benessere e di come tali cause si possano coltivare.
Qui inizia un nuovo giro della spirale che ci porta a sviluppare le stesse qualità su un piano diverso. A questo punto abbiamo praticato per un certo periodo di tempo e abbiamo sperimentato su noi stessi i benefici della pratica, allora la nostra fiducia diventa una fiducia comprovata, sperimentata; la fiducia di cui parliamo è qualcosa di molto concreto, è prima di tutto un senso di fiducia in noi stessi, nelle nostre possibilità di risveglio, e allo stesso tempo è un senso fiducia nel cammino che stiamo percorrendo. Ciò alimenta ulteriormente l’energia e la continuità nella pratica: a questo punto l’energia si può tramutare in entusiasmo e gioia. La consapevolezza diventa qualcosa di più della semplice attenzione: siamo presenti e insieme alla presenza c’è il riconoscimento, siamo attenti e insieme all’attenzione c’è la cognizione; sorge quindi una capacità cognitiva non verbale, esperienziale di ciò che viviamo, nel momento in cui lo viviamo: la presenza mentale è unita ad una chiarezza, ad una chiara comprensione (in pali questa qualità mentale viene definita sati-sampajanna). Quando la mente è più chiara i pensieri perdono la loro presa, la loro capacità di affascinare e portarci via, e quindi aumenta la stabilità mentale, e possiamo entrare anche in profondi stati di raccoglimento meditativo. La saggezza discernimento si fa meno costruita, meno intellettuale, e diventa più naturale, più sperimentata: è più facile che anche il nostro comportamento nella vita quotidiana sia orientato dalla nostra pratica e dalla nostra comprensione, diventa più difficile separare la vita quotidiana dalla ricerca spirituale.
A questo punto possiamo dire che le facoltà diventano poteri, in quanto la loro forza ora ci guida sia nella pratica e che nella vita. Quindi la semplice fiducia ora diventa fiducia incrollabile: poiché abbiamo sperimentato più e più volte il valore e gli effetti della pratica, di conseguenza non possiamo più perdere la fiducia in essa. Noi continuiamo a mettere energia e perseveranza, ma allo stesso tempo, anche l’energia e la perseveranza vengono da sole, come se ci fosse dentro di noi una sorgente di entusiasmo che ci spinge e ci riporta continuamente alla pratica. La consapevolezza non è più qualcosa di costruito, forzato, ma è qualcosa di naturale con cui ci sintonizziamo, alla quale ci orientiamo; è qualcosa che arriva inaspettatamente e senza sforzo o intenzione anche nella vita quotidiana; la consapevolezza è come imbevuta di una naturale saggezza (in pali viene detta sati-panna). Quiete e movimento non sono più in contrapposizione, ma come polarità complementari sono accolte nella spaziosità stabilità della mente, spaziosità calda e accogliente, silenzio vivo, vitale e amichevole; il movimento dei pensieri, quando presente, non disturba più. Saggezza discernimento non sono più una conoscenza intellettuale, statica, ma un modo di essere, una comprensione incarnata; non c’è più un soggetto che conosce separato da un oggetto conosciuto, e rimane un lasciar essere, un lasciar fluire, una spaziosità equanime.
Questa descrizione, forse un po’ idealizzata, è solo un modello che però esprime la dinamicità e la possibilità di far crescere, di “far essere” queste facoltà, e non c’è un termine alla spirale, ogni qualità può e deve essere continuamente raffinata.

Le cinque facoltà possono essere suddivise in tre gruppi funzionali: il primo gruppo, che è formato dalla fiducia e dall’energia-perseveranza, ha la caratteristica di tonificare, energizzare la nostra mente e dare impulso alla nostra ricerca interiore. Per contro il raccoglimento stabilità e la saggezza discernimento portano con sé calma, tranquillità e centratura, e quindi sono complementari e bilanciano il primo gruppo. In particolare il discernimento ci permette di non cadere preda della fede cieca, e a sua volta, la fiducia porta con sé una apertura e un ammorbidimento del cuore, una sensibilità che non permettono alla saggezza di diventare arida e fredda. Il raccoglimento stabilità mentale equilibra l’energia che se in eccesso può sfociare in agitazione oppure diventare uno sforzo a denti stretti, uno sforzo a tutti i costi, invece di mantenere una qualità di gentilezza e tranquillità; per contro l’energia perseveranza dona vitalità al raccoglimento mentale e non gli permette di diventare stagnante, inerte, statico. Il terzo gruppo è formato dalla consapevolezza che è il fondamento delle cinque facoltà, ed è ciò che di per sé armonizza e dona equilibrio.
Le cinque facoltà formano quindi un modello organico, globale, un sistema di fattori in relazione reciproca, dinamica: ogni singolo fattore influenza ed è influenzato da tutti gli altri, ogni singolo fattore interagisce ed è in relazione reciproca con tutti gli altri. Ciò implica che le cinque facoltà si allenano e si sviluppano simultaneamente, non in sequenza, e, in ultima analisi, esse possono essere viste come una unica qualità che, per scopi didattici, viene approcciata da cinque diverse angolature.

Alcune volte il termine pali saddha (sanscrito sraddha) che qui abbiamo tradotto con fiducia, viene invece reso con la parola fede: a me pare una scelta poco appropriata perché, sia nel Buddhismo come nello Yoga, non viene richiesta una fede (cieca) in qualche entità metafisica, e nemmeno una fede (cieca) in un qualche sistema di credenze predefinito. Etimologicamente il termine significa “mettere/portare il cuore su” e certamente contiene il significato di interesse: senza un forte interesse verso la ricerca spirituale e la pratica non si inizia il cammino, o lo si interrompe alla prima difficoltà. L’interesse contiene in sé una sfumatura di spinta verso (energia) e di orientarsi verso (attenzione). Inoltre il termine fa riferimento ad un ammorbidimento, ad un senso di apertura del cuore, e quindi un senso di rilassamento, di agio. La fiducia favorisce lo sviluppo di una qualità di agio, di rilassamento, e viceversa l’essere a proprio agio, rilassati nutre la fiducia

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Il rilassamento non è qualcosa che fai.
È una risposta naturale che lasci accadere.
Il rilassamento è ciò che rimane quando smetti di creare tensione.
Joel Levey – L’arte del rilassamento della concentrazione e della meditazione

Questo lasciar accadere, lasciar essere è proprio una aspetto della saggezza che ricerchiamo. E quindi vediamo come il termine fiducia in qualche modo è intrecciato e contiene al suo interno già tutte le altre qualità.

Molto efficacemente Achaan Sumedho, nella citazione che segue, descrive la pratica della consapevolezza come un “riconoscere”, a cui però “non siamo abituati”. Il fatto che “non ci siamo abiatuati” ci fa comprendere che la chiave della pratica meditativa è proprio l’allenamento continuo, il prendere dimora, il frequentare costantemente questa qualità di presenza riconoscimento, di attenzione cognizione, che racchiude in sé anche tutte le altre qualità salutari che abbiamo citato.

La consapevolezza è semplicemente un riconoscere; non importa quante volte ti fai riprendere dalla giostra, basta un semplicissimo gesto di attenzione e ti ritrovi al centro. Niente di così difficile, remoto o straordinario, è solo che non ci siamo abituati.
Achaan Sumedho – Consapevolezza intuitiva