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Riconoscere ed accogliere il paradosso della pratica

pubblicato 13 mar 2011, 10:28 da Pietro Thea   [ aggiornato in data 13 mar 2011, 11:21 ]

Quando hai capito che la destinazione è la strada e che tu sei sempre sulla strada, non per giungere a destinazione, ma per godere della sua bellezza e della sua saggezza, la vita cessa di essere un dovere e diventa semplice e naturale, una beatitudine in sé e per sé.
Sri Nisargadatta Maharaj – Io sono quello.

Ci sono insegnanti e tradizioni che enfatizzano lo sforzo, l’impegno nella pratica, la ricerca incessante, il coltivare intenzionalmente certe qualità interiori, e ci sono altri insegnanti, altre tradizioni che mettono in evidenza il rilassamento, il lasciare essere, un atteggiamento di ascolto e di non-sforzo, di non-intenzionalità: è già tutto qui, non c’è nulla fare, niente da raggiungere.
A me pare sia importante, fin dall’inizio, riconoscere ed accogliere il paradosso della pratica che può essere sitetizzato in questo modo: certamente non si giunge alla Conoscenza / Risveglio / Dio / Tao attraverso la pratica / la ricerca / lo sforzo; e d'altronde, senza la pratica / la ricerca / lo sforzo, come si può pensare di giungere alla Conoscenza / Risveglio / Dio / Tao.
Riconoscere ed accogliere il paradosso significa essere autentici e continuamente riscoprire un equilibrio dinamico tra le polarità complementari del cammino: il fare e il non-fare, lo sforzo e il senza-sforzo, lo scopo e il senza-scopo, ecc.
Il paradosso si risolve da solo quando non c’è più separazione tra la pratica e la vita quotidiana, quando non c’è più conflitto tra ciò che viviamo e ciò che vorremmo vivere, quando diciamo di sì alla nostra esperienza, così come si manifesta di momento in momento.
Approfondisci leggendo Creare le condizioni, Liberi fin dall'inizioIl cammino è già la meta.

Contemplare il mistero delle cose

pubblicato 23 dic 2010, 16:06 da Pietro Thea   [ aggiornato in data 13 mar 2011, 10:48 ]

Questa è la vera natura della vita: nessuno in questo mondo prova solo piacere e mai dolore, nessuno conosce solo guadagno e mai perdita. Aprendoci a questa verità, noi scopriamo che non c’è bisogno di trattenere o allontanare. Invece di provare a controllare ciò che non può essere controllato, possiamo cercare la sicurezza nella capacità di venire in contatto con ciò che accade realmente. Così si tiene conto del mistero delle cose: non giudicare, ma piuttosto coltivare un equilibrio mentale che possa accogliere ciò che viene, qualunque cosa sia. Tale accettazione è la fonte della nostra sicurezza e fiducia. …
Se teniamo conto del mistero possiamo scoprire che, proprio nel cuore di un periodo difficile o di una situazione dolorosa, c’è libertà. In questi momenti, nei quali comprendiamo quanto siamo incapaci a controllare, possiamo imparare a lasciare andare.
Cominciando a capire tutto ciò, possiamo dalla lotta per controllare gli accadimenti della vita al semplice desiderio di relazione con essi, e questo è davvero un cambiamento radicale nel nostro modo di vedere il mondo. …
Quando cominciamo a desiderare di sperimentare ogni cosa, la fiducia e la sicurezza che un tempo abbiamo cercato negando il cambiamento, possiamo trovarle abbracciandolo. Impariamo a metterci pienamente in rapporto con la vita, inclusa l’insicurezza.
Sharon Salzberg – L’arte rivoluzionaria della gioia

Vorrei chiudere questo anno 2010 con questa bella e significativa frase di Sharon Salzberg: che tutti noi si possa di nuovo e ancora di nuovo aprirsi al mistero delle cose, ritrovando in questo modo quella spaziosità della mente e quel cuore contento che sono la nostra vera natura.

Per approfondire la riflessione sul tema del mistero delle cose, dello svolgersi della vita che avviene al di fuori del nostra volontà e del pensiero, tema che si intreccia con la meraviglia nei confronti del mondo, meraviglia come tipo di sensibilità che si scopre e si coltiva attraverso la pratica contemplativa, leggi il capitolo Il mistero.

Omaggio a Raimon Panikkar

pubblicato 13 set 2010, 10:55 da Pietro Thea   [ aggiornato in data 13 set 2010, 14:00 ]

Purtroppo il 26 Agosto si è spento Raimon Panikkar, una dei massimi filosofi contemporanei. Definirlo filosofo è però riduttivo, e allo stesso tempo non è facile trovare una descrizione appropriata. Giocando un po’ con le parole, poiché egli stesso si definiva 100% Cristiano, e allo stesso tempo 100% Indù e 100% Buddhista, allora potremmo allargare questa definizione dicendo che era al contempo 100% Filosofo, 100% Mistico e 100% Maestro di Vita.

In internet è possibile trovare molte commemorazioni che presentano brevemente il pensiero di Panikkar sotto varie sfumature: segnalo il sito http://www.oreundici.org/raimon_panikkar/panikkar_biografia.shtml
che ne raggruppa un certo numero.

Uno dei temi principali, se non il principale, del suo pensiero riguarda certamente la mistica; di seguito una citazione tratta dal libro Mistica pienezza di vita:

Ne deriva che la mistica non è un privilegio di pochi prescelti, ma la caratteristica umana per eccellenza. L’uomo è essenzialmente un mistico o, se lo si considera come animale (un essere “mosso” da un’anima), un animale mistico. …
Riducendo all’essenza le numerose pratiche “spirituali”, si chiamino meditazione, yoga, contemplazione, vipassana, tantra, jing o quant’altro, tutte ci invitano a concentrarci sull’essenziale e ad essere pienamente coscienti del fatto che siamo vivi e che viviamo questa vita nella sua pienezza, senza che le distrazioni ci “tentino”. … Di fatto, tutti siamo consci di essere vivi – però spesso questa coscienza piena del vivere ci sfugge. …
Questo studio aspira a far “reintegrare” la “mistica” nell’essere stesso dell’uomo: nell’uomo spirito mistico tanto quanto animale razionale ed essere corporale. … Ogni uomo è mistico – anche se solo potenzialmente. La mistica autentica quindi non disumanizza. Ci fa vedere che la nostra umanità è qualcosa di più (e non di meno) della pura razionalità.

Oltre alla profondità di pensiero che molto spesso scuote le fondamenta del modo di vedere corrente, sia quello filosofico-scientifico che quello religioso, ciò che mi ha colpito e che mi piace ricordare è la gioia di vivere e la leggerezza del cuore che Panikkar sapeva trasmettere con il suo sorriso e con tutto il suo essere.

Un continuo processo di apprendimento

pubblicato 01 set 2010, 01:54 da Pietro Thea

Hokusai, uno dei più grandi pittori Giapponesi, ha scritto:

Già all'età di sei anni avevo la mania di disegnare la forma delle cose. A cinquant'anni avevo ormai pubblicato una infinità di disegni, ma tutto ciò che ho prodotto prima dei settant'anni non vale la pena di essere preso in considerazione. A settantatre anni ho imparato qualcosa sulla autentica struttura della natura, degli animali, delle piante degli uccelli dei pesci e degli insetti. Perciò quando avrò ottant'anni avrò fatto altri progressi; a novant'anni penetrerò il mistero delle cose; a cento avrò raggiunto uno stadio meraviglioso; e quando avrò raggiunto centodieci anni, tutto ciò che farò, che sia solo un punticino o una linea, sarà vivo.
Scritto all'età di settantacinque anni da me, un tempo Hokusai, oggi Owakio Rojin, un vecchio che ha la mania del disegno.
citato in Betty Edwards - Disegnare con la parte destra del cervello

Se si ha un interesse, una passione, che sia una forma artistica o la ricerca interiore, si può scoprire che, con l'andare del tempo, il nostro interesse, invece di diminuire, cresce sempre di più; e se certamente con la pratica acquisiamo una conoscenza, una esperienza, allo stesso tempo il campo della nostra ricerca si amplia e può diventare un continuo processo di apprendimento. Riscoprire e adottare consapevolmente questo atteggiamento, che sia nei confronti di una forma artistica, della ricerca interiore o della Vita stessa mi sembra di grande beneficio: invece di essere ossessionati dal risultato possiamo rilassarci in questo continuo processo si apprendimento.

Soggetto e oggetto sono co-emergenti

pubblicato 09 ago 2010, 08:46 da Pietro Thea   [ aggiornato in data 16 ago 2010, 06:46 ]

Sto leggendo un libro molto interessante sul Tao Te Ching: il titolo è appunto Tao Te Ching, traduzione a cura di Augusto Shantena Sabbadini, ed. Urra. Il libro è certamente consigliabile a tutte le persone interessate al Taoismo, però in questo post volevo richiamare l'attenzione sul fatto che il traduttore è un fisico teorico e, che, nell'introduzione del libro, descrive in modo molto chiaro la filosofia della fisica quantistica e la sfida che pone sia al modo di vedere tutt'ora dominante nella scienza e sia al modo di vedere ordinario. Di seguito cito i passi che mi sembrano più significativi:

la nostra fisica è ancora formulata dal punto di vista "dell'occhio di Dio", di un osservatore ideale situato fuori dal mondo. Se teniamo conto del fatto che l'occhio che guarda si trova dentro al mondo ed è immerso in una catena di interazioni con ciò che osserva, troviamo che ciò che l'occhio vede è condizionato dall'essere parte di questa catena di interazioni. E' precisamente questa inerente, inevitabile limitazione del campo visivo dell'osservatore "incarnato nel mondo" a far sì che il mondo "fluido e indefinito" della fisica quantistica ci appaia come un solido mondo di oggetti. ...
In mondo oggettivo non ha dunque un'esistenza intrinseca e fondamentale: esso emerge dal processo di osservazione per via di caratteristiche intrinseche e inevitabili al processo stesso. Simmetricamente, la coscienza che osserva il mondo esiste tramite la sua esperienza del mondo, cioè anch'essa emerge dal processo di osservazione. Il nucleo elementare dell'esperienza del mondo è perciò un processo in cui coscienza e mondo, mente e materia, soggetto e oggetto, emergono simultaneamente dal fondo indifferenziato dell'esistente. ...
Solo una filosofia che ponga l'atto dell'esperienza come primario e fondamentale e i due poli soggetto e oggetto come co-emergenti in questo atto è in grado di abbracciare la realtà che la fisica quantistica ci mostra.

Certamente se si ha una comprensione non superficiale del Buddhismo e/o delle tradizioni non-duali non si può non cogliere la forte risonanza che c'è tra la citazione (e quindi la fisica quantistica) e il modo di vedere di queste "vecchie" tradizioni.

Viandante non c'è sentiero

pubblicato 27 lug 2010, 06:09 da Pietro Thea   [ aggiornato in data 16 ago 2010, 06:45 ]

La seguente poesia di Antonio Machado è molto bella e mi sembra anche molto interessante per chi segue un cammino spirituale.

Viandante, le tue orme sono
il cammino, e nulla più;
viandante, non c’è cammino,
sei tu che fai il sentiero camminando.
Con l'andare si fa il cammino
e nel voltarsi indietro
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calcare.
Viandante, non c'é cammino,
solo scie sul mare.

Anche questo sito, che è ora in una fase iniziale, si farà camminando.

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